Cino Del Duca
Cino Del Duca

Introduzione

 

 

Cino Del Duca, da piccolo venditore ambulante di fascicoli, diventò il proprietario del quarto gruppo editoriale francese,  il gruppo Del Duca, che inventò un tipo di stampa femminile popolare. Il suo successo commerciale si basava sulla possente sinergia delle sue pubblicazioni, dalla copertina alla pubblicità, avendo come unica preoccupazione quella di soddisfare il pubblico. I giornali di Les Éditions mondiales erano fondati su un principio chiarissimo e il loro canovaccio era immutabile. .Unificò la sua produzione applicando le ricette dell’industria al modo di fare i propri giornali. Non fu un innovatore in materia ma seppe benissimo individuare e accelerare le formule vincenti che furono il risultato di una combinazione flessibile, dove ogni elemento aveva la sua importanza: il contenuto della finzione, lo stile, l’impaginazione, i titoli, i colori, i disegni ma anche la grammatura della carta, la pubblicità, il prezzo alla vendita. L’opera era collettiva, sceneggiatori, disegnatori, fotografi, segretarie, redattori, tipografi, tutti collaboravano allo stesso modo e ne risultava una rivista liscia e consensuale ma perfettamente riconoscibile. La stampa rosa era una specie di marchio che, evolvendosi col passare degli anni, riuscì a infiltrarsi in altri tipi di stampa. Storie a puntate, inserti, nuove testate avevano come scopo quello di individuare le tendenze, pertanto la stampa rosa fu progressivamente accorpata a un periodico femminile di vita pratica, a un quotidiano e poi a un giornale per programmi Tv. La formula si andò adattando e le testate più resistenti poterono continuare il proprio percorso. Oggi, quarant’anni dopo il decesso del suo fondatore, rimangono due pubblicazioni, «Nous Deux» e «Télé Poche». In tutto ciò non vi è nulla di sorprendente: tale produzione editoriale, per sua natura, non fu infatti concepita per protrarsi nel tempo ed era destinata a cadere nel dimenticatoio.

Anche Cino Del Duca rimase poco conosciuto, il suo successo fu brillante ma non appariscente. Il suo atteggiamento fu del resto ambiguo perché egli ricercava gratitudine ma, nello stesso tempo, era restio a diventare troppo popolare. Essere stato sorvegliato dalla polizia per troppi anni lo aveva reso diffidente e  schivo e, per via della sua psicologia duale, cercava ed evitava i riflettori in uguale misura. Nonostante il compito di trasmissione della di lui di memoria che si assunse la sua sposa, il suo nome fu lentamente dimenticato. Forse Cino Del Duca aveva in sé troppe contraddizioni per entrare a pieno titolo nella storia culturale. Immigrato, imprenditore, editore e popolare, tali caratteristiche potevano difficilmente coesistere e spiegarono la sua posizione sempre anomala. Eppure, Cino Del Duca fece una carriera del tutto tipica, pari a quella degli imprenditori della stampa popolare[1] e lo possiamo indubbiamente collocare nel Pantheon degli inventori accanto a Emile de Girardin, Arnoldo Mondadori, Jean Prouvost, Angelo Rizzoli o Rupert Murdoch.

Come Angelo Rizzoli, figlio di un ciabattino, che iniziò la sua carriera d’imprenditore nella tipografia[2], Cino Del Duca era un novellino nella professione. Anche Arnoldo Mondadori debuttò come apprendista tipografo[3]. Fu una generazione con tanti autodidatti. Tutti e tre gli editori esordirono occupando un posto al livello più basso della professione, di conseguenza, la loro formazione si compì scoprendo tutti gli aspetti del lavoro. Gli eredi, figli d’imprenditori-editori, erano in pochi e il settore rimaneva aperto a uomini provenienti da tutti i ceti sociali persino quelli molto modesti. Nella loro maggioranza, gli editori di allora non si riconoscevano nelle norme culturali vigenti e tanto meno si definivano come i prosecutori di una tradizione.

Gli imprenditori-editori di allora spesso avevano passato la loro gioventù impegnandosi politicamente e per lo più a sinistra. Emilien Amaury fu segretario di Marc Sangnier, fondatore del movimento cattolico di sinistra Le Sillon, Arnoldo Mondadori fu un socialista coinvolto nei movimenti giovanili e Rupert Murdoch, quando iniziò, si definiva come militante di sinistra. Essi non avevano però l’obiettivo di contestare l’ordine costituito e se non abbracciarono la carriera di editore con l’intento di fare la rivoluzione, furono comunque animati dalla volontà di diffondere cultura e conoscenza al più gran numero di cittadini.

L’incontro con il fenomeno del successo di pubblico li indusse a diventare piuttosto dei conservatori o, per lo meno, ad avvicinarsi ai poteri.

Il loro successo era il frutto di una scoperta che corrispondeva a un bisogno del pubblico ed erano, infatti, portatori di un nuovo concetto editoriale. Emile de Girardin fidelizzò i lettori della stampa con il romanzo a puntate, Jean Prouvost capì l’impatto delle immagini e degli scoop per «Paris-Soir» e per Match  e Daniel Filipacchi colse i cambiamenti nella società quando lanciò «Salut Les copains» o «Lui».

I loro esordi furono discreti e bassa era la posta iniziale per avviare una nuova testata. Robert Hersant ebbe inizialmente successo con «L’Auto-journal», un periodico scritto in difesa dell’automobile, prima di lanciarsi nella stampa quotidiana regionale della quale rilevò alcune testate. Con l’aumento delle tirature gli apparve la possibilità di arricchirsi rapidamente e di godere notevoli utili da un affare ben gestito. Tutti gli editori di stampa e di giornali popolari erano anche dei bravi amministratori. Sapere fare i conti era tanto importante quanto sapere creare testate innovative. L’imprenditore badava sempre al bilancio. La principale caratteristica di Rupert Murdoch, detto il tycoon,era la sua bravura in materia di analisi finanziaria ed egli controllava rigorosamente le spese del gruppo. Tali imprenditori-editori erano anche portatori di un concetto, si avvicinavano alla professione in quanto uomini d’affari e, innanzitutto, rimanevano persuasi che l’editoria avesse molto a che fare con il commercio e che la ragione era sempre dalla parte del cliente. Con pragmatismo quindi, l’editore interrompeva ogni pubblicazione che non vendeva, ma allo stesso tempo investiva nella catena di produzione: Axel Ganz possedeva più di dodici tipografie e Rupper Murdoch aveva degli interessi nei media audiovisivi.

Quei creatori dedicavano la propria vita all’editoria; una tale tenacia era necessaria per portare avanti le iniziative editoriali innovative che spesso disturbavano. Nei primi del XXe, Alfred Harmsworth, l’ideatore del tabloid nonché il maggiore imprenditore-editore della Gran Bretagna aveva una brutta fama e anche se fu successivamente nobilitato, egli venne bandito dal fior fiore della società a causa della rozzezza delle sue testate[4].

Una tale cultura mediatica, semplice e servile, nutriva sempre numerose critiche. Il fumetto, le serie televisive, il reality show, il videogioco, i divertimenti popolari suscitavano sempre delle domande preoccupanti all’origine di controversie: intontivano i vari pubblici? contribuivano a renderli idioti? Tuttavia, gli studi sui comportamenti culturali rassicuravano circa le scelte versatili della gran parte degli individui; infatti, i vari pubblici raccoglievano periodici di qua e di là, in base all’età e alle circostanze e, in realtà, i monomaniaci erano in pochi. Pertanto, una giovane donna poteva guardare esageratamente le serie televisive e, nel contempo, apprezzare il cinema d’autore così come un contadino poteva leggere regolarmente Victor Hugo e «Nous Deux»[5]. Il pubblico sapeva leggere tra le righe stabilendo una gerarchia fra i propri consumi culturali e non si lasciava ingannare dai produttori come scrisse con umorismo Daniel Pennac: «Non è perché una giovane ragazza compra assiduamente i libri della collana Harlequin che farà una brutta fine ingoiando dell’arsenico in abbondanza»[6].”

Il pericolo più pernicioso veniva dai monopoli. La cultura egemonica sovietica era più formattata delle produzioni hollywoodiane. La lotta contro l’impero tentacolare di Robert Hersant richiese più provvedimenti di legge. E, Silvio Berlusconi rappresentò una risposta ai discorsi allarmisti di collusione tra politica e mercantilismo perché, per anni e anni, i suoi media mostrarono la loro tossicità ipnotica. Se è vero che non esiste un pubblico omogeneo e credulo, i monopoli d’informazione e di divertimento rimangono sempre pericolosi.

L’imprenditore culturale era sempre alla ricerca del miracolo. Il successo non si trovava grazie a una semplice formula di fabbricazione e sapere creare con successo un best-seller significava innanzitutto tentare di raggiungere un pubblico che comprava di rado beni culturali. Cino Del Duca aveva la seguente ambizione: individuare i gusti della gente, tuffarsi nell’humus della cultura popolare, a cui alludeva Antonio Gramsci per generare quella Cultura che piace a tutti[7] e che fa di un personaggio di finzione un eroe planetario.

 



[1] Marseille, Jacques (dir.), Créateurs et créations d'entreprises de la révolution industrielle à nos jours, Paris, ADHE, 2000

[2] Afeltra, Gaetano, Angelo Rizzoli, 1889-1970, Milano,Rizzoli, 2000

[3] Decleva, Enrico, Arnoldo Mondadori, Milan, Oscar Mondadori, 2007

[4] Boyce, D. George, Harmsworth, Alfred Charles William, Viscount Northcliffe (1865–1922), Oxford Dictionary of National Biography [http://dx.doi.org/10.1093/ref:odnb/33717].

[5] Lahire, Bernard, La Culture des individus, Paris, La Découverte, 2006

[6] Pennac, Daniel, Comme un roman, Paris, Gallimard, 1992, p. 163

[7] Martel, Frédéric, Mainstream, enquête sur cette culture qui plait à tout le monde, Paris, Flammarion, 2010